’· Violazione del dovere d’informare e risarcimento del danno


Nei precedenti interventi abbiamo discusso del reale significato del consenso informato e del dovere d’informare il paziente. E’ stato sottolineato il dovere d’informare come dovere contrattuale, che dipende dal contratto di cura che il paziente perfeziona con il malato e/o con la struttura ospedaliera. Appare quindi opportuno spiegare in che cosa consiste detta informazione e quali interventi rimediali consente la sua violazione. Ebbene, l’informazione non deve essere funzionale solo al conseguimento di un modulo sottoscritto, spesso privo di reali informazioni per il paziente e, ciò che più è peggio, sottopostogli magari in una fase già inoltrata della prestazione medica. Per contro, l’informazione deve essere prestata sin dall’inizio dei contatti perché deve consentire al paziente di decidere anche «se» sottoporsi al trattamento così come è stato consigliato dal medico, atteso che, salvi i casi di trattamento sanitario obbligatorio o di urgenza, il paziente ha diritto anche di non curarsi, o di curarsi in modo alternativo ed in sedi diverse. In altre parole, l’esatta configurazione del dovere d’informare come presupposto per l’affermazione del potere del malato di autodeterminarsi alla cura, consente di passare dalla fase della cura imposta a quella della cura consapevole, alla quale il malato ha diritto di determinarsi solo dopo aver appreso rischi e benefici del metodo suggerito, grado di specializzazione del medico e della struttura, nonché possibilità di cure alternative ed in strutture specializzate. Solo all’esito di tale opportuna informazione il consenso alla cura può dirsi veramente informato. Basti pensare ai «tempi» della cura e agli effetti devastanti, anche sotto il profilo esistenziale, che una scelta errata dei tempi della cura possono determinare: spesso, un intervento, anche corretto sotto il profilo dell’esecuzione tecnica, se effettuato su un paziente troppo giovane o senza informarlo delle conseguenze prevedibili, può compromettere la sua facoltà all’autodeterminazione alla cura. Il paziente, infatti, potrebbe decidere, se correttamente informato, di sopportare i disagi di una patologia, trattabile anche in fasi successive, in funzione dei rischi che la cura nasconde o del suo programma di vita. Se il paziente non conosce precisamente i rischi, come può sapere se l’intervento suggerito inciderà in modo significativo non solo sulla sua attività lavorativa ma anche sulla sfera ludica e della realizzazione personale ? E’ proprio la concezione della persona non più solo come produttrice reddito che deve agevolare la presa d’atto dei diritti costituzionalmente tutelati del malato per renderlo partecipe della cura e non vittima della stessa.



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